Un accorato appello di pace si è levato dalla Basilica della Natività a Betlemme, dove il patriarca latino di Gerusalemme Fouad Twal ha celebrato la Messa della Notte di Natale.  Monsignor Twal ha auspicato che ebrei, musulmani e cristiani ''vivano in eguaglianza, nel rispetto reciproco''. Migliaia i pellegrini giunti in Terra Santa per queste festività. Betlemme è ancora circondata da mura, eppure i cristiani e i musulmani vivono assieme questo Natale, così come assieme vivono ogni giorno le difficoltà imposte dalle condizioni di vita simili a una prigionia. Quest’anno nella città culla di Gesù si sono riuniti anche i cristiani di Gaza, 700 i permessi rilasciati loro dalle autorità israeliane, oltre 25mila quelli concessi ai cristiani di Cisgiordania. Sono molti più degli altri anni, ha spiegato mons. Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme e vicario patriarcale per la Palestina. Francesca Sabatinelli ha raggiunto telefonicamente a Betlemme padre Vincent Bosco, vicario della Casa Salesiana:

R. – Tutti noi sappiamo cosa sia successo in questo anno, la guerra e tante altre cose, quindi il 25 dicembre ci porta davvero la speranza per le genti che vivono qui. E’ un’occasione celebrare così il Natale, essere insieme ha un valore importante. Vedere le persone che vengono da ogni parte del mondo ci porta una gioia diversa rispetto ad altri giorni. Betlemme vuol dire “casa del pane” e quindi la “casa del pane” accoglie sempre tutti noi, insieme, nel nome di Gesù siamo radunati tutti. Le persone qui soffrono e il cristianesimo sta ormai diminuendo, però questo Natale ci porta anche la speranza e la “speranza”, per noi come cristiani, è un’attesa. Io prego come sacerdote, prego per tutti e non solo per i cristiani, prego per tutti affinché si sia tutti uniti e ci si possa accettare gli uni gli altri, e che si possa portare un sorriso agli altri. Questa mattina sono andato sul luogo dove è nato Gesù ed ho visto che c’erano anche musulmani, vogliono condividere anche loro la gioia con noi.

D. – Padre Vincent, i salesiani di Betlemme danno il pane a tutti i poveri, cristiani e musulmani, e accolgono a scuola studenti cristiani e non. Avete poi un rapporto privilegiato con le famiglie cristiane, qual è la richiesta forte che arriva da loro?

R. – I giovani chiedono di essere attenti alla loro identità, non sempre si rendono conto di chi sono, e cercano di scappare da qua. La nostra scuola accoglie anche musulmani, e sono l’80 per cento, quindici anni fa i numeri erano invertiti. Ma noi continuiamo a lavorare, continuiamo a portare avanti la missione di Don Bosco. Certamente il nostro forno aiuta cristiani e musulmani, tutti noi abbiamo fame. Non c’è una differenza tra le religioni, non è che una ha fame e l’altra no e dobbiamo dare a chi non ha.

D. – Anche se il muro continua ad esserci, anche se il muro continua a crescere, non toglie a questo Natale la speranza, vero?

R. – Che cosa può offrire il cristianesimo ad una società che soffre così? La gioia e la speranza! Ecco, Natale ci porta quello. Certamente il muro esiste però anche noi, come cristiani, rischiamo di costruire muri, ognuno di noi nel proprio cuore. Ecco, dobbiamo togliere il muro costruito nel nostro cuore, dobbiamo essere aperti e accogliente verso gli altri. Io prego affinché i popoli, qui a Betlemme, sentano la pace, un po’ di speranza e respirino un po’ di gioia. Questo è il mio desiderio: auguro a tutti i popoli, non solo qui a Betlemme, ma in tutto il mondo, che sia davvero un Natale che di speranza e gioia.



Ascolta il Vangelo del giorno